Donna sull’orlo di una crisi
La parola di Ruby “l’orientale” non conta nulla. Bel colpo, dottoressa
Sarò forse irriverente, ma fino a un certo punto ho immaginato il procuratore milanese Ilda Boccassini come una Penelope omerica, in procinto di ultimare la sua grande fatica. Per lunghi anni ha disfatto e tessuto la tela con piglio e determinazione. Tessendo ha atteso che quello scapestrato di Ulisse, andato per mare in cerca di “conoscenza”, facesse ritorno a Itaca. Ora gli ultimi fili si stanno annodando al telaio. Il vecchio e fedele Argo, fiutando, punta il muso verso il mare. Il grande Navigatore magari racconterà di sirene che, ammaliandolo, lo avrebbero trattenuto e che, dal lungo viaggio, ha imparato tanto. di Lara Foletti
5 AGO 20

Sarò forse irriverente, ma fino a un certo punto ho immaginato il procuratore milanese Ilda Boccassini come una Penelope omerica, in procinto di ultimare la sua grande fatica. Per lunghi anni ha disfatto e tessuto la tela con piglio e determinazione. Tessendo ha atteso che quello scapestrato di Ulisse, andato per mare in cerca di “conoscenza”, facesse ritorno a Itaca. Ora gli ultimi fili si stanno annodando al telaio. Il vecchio e fedele Argo, fiutando, punta il muso verso il mare. Il grande Navigatore magari racconterà di sirene che, ammaliandolo, lo avrebbero trattenuto e che, dal lungo viaggio, ha imparato tanto.
La mia immaginaria Odissea qui però finisce. Ben più grigia e scontata è la cronaca. L’arringa pronunciata al processo dalla dottoressa Boccassini diventa un laconico sottotitolo televisivo: “Ruby faceva la prostituta”. Ecco una ragazza come tante, buttata di colpo in pasto alla morbosità e allo sghignazzo collettivo. Piombiamo nella banalità e nella storia millenaria delle donne. Nel manifesto di Rivolta femminile, luglio 1970, sta scritto: “Abbiamo guardato per quattromila anni, adesso abbiamo visto”. Ruby è stata stigmatizzata, segnata con una lettera scarlatta. Ma come può, la dottoressa Boccassini, trattare una giovane che non ha commesso alcun reato in questo modo? Anni di femminismo, di cammino delle donne, di scritti, pensieri, di leggi innovative non le suggeriscono niente di diverso?
La mia immaginaria Odissea qui però finisce. Ben più grigia e scontata è la cronaca. L’arringa pronunciata al processo dalla dottoressa Boccassini diventa un laconico sottotitolo televisivo: “Ruby faceva la prostituta”. Ecco una ragazza come tante, buttata di colpo in pasto alla morbosità e allo sghignazzo collettivo. Piombiamo nella banalità e nella storia millenaria delle donne. Nel manifesto di Rivolta femminile, luglio 1970, sta scritto: “Abbiamo guardato per quattromila anni, adesso abbiamo visto”. Ruby è stata stigmatizzata, segnata con una lettera scarlatta. Ma come può, la dottoressa Boccassini, trattare una giovane che non ha commesso alcun reato in questo modo? Anni di femminismo, di cammino delle donne, di scritti, pensieri, di leggi innovative non le suggeriscono niente di diverso?
La cultura del femminicidio ha radici ovunque nel patriarcato. Se una donna è stuprata e uccisa – fisicamente, moralmente o socialmente – è perché è lei a essersela cercata? La giustificazione del femminicidio la trovi ovunque, persino sulla porta delle chiese. E’ recente la storia di quel parroco che accusava le ragazze colpevoli di portare minigonne e quindi di attirare la violenza degli uomini. E che dire di certe arringhe nei tribunali dove si è, con leggerezza, marchiate a fuoco come prostitute?
A nulla vale, per l’aula milanese, che Ruby dica e urli a gran voce, ai quattro venti, che lei non è una prostituta. Viene severamente ammonita – che taccia! E’ pure orientale, e quindi furba e inaffidabile, ed è per gli stessi motivi psicologicamente dipendente dagli uomini. Roba da far rabbrividire la nostra ministra dell’Integrazione. Ruby, dunque: depravata sessualmente come professione; mentitrice furbastra con la schiena curva come religione. Ruby, che viene così ricacciata in schemi precostituiti che ne annullano ogni desiderio di libertà, ogni soggettività. Ma non c’è tanto da stare allegri neanche per certi teoremi delle post-femministe di “Se non ora quando”. Se non ricordo male, alcune portavoce intervistate lodavano le prostitute “organizzate” – quelle di Carla Corso e Pia Covre, tanto per capirci, messe alla testa del corteo, perché “almeno loro si prostituivano con uomini comuni” – mentre le altre, quelle che frequentavano Arcore, lo avrebbero fatto con gente ricca, per avere posti in televisione. No comment.
A nulla vale, per l’aula milanese, che Ruby dica e urli a gran voce, ai quattro venti, che lei non è una prostituta. Viene severamente ammonita – che taccia! E’ pure orientale, e quindi furba e inaffidabile, ed è per gli stessi motivi psicologicamente dipendente dagli uomini. Roba da far rabbrividire la nostra ministra dell’Integrazione. Ruby, dunque: depravata sessualmente come professione; mentitrice furbastra con la schiena curva come religione. Ruby, che viene così ricacciata in schemi precostituiti che ne annullano ogni desiderio di libertà, ogni soggettività. Ma non c’è tanto da stare allegri neanche per certi teoremi delle post-femministe di “Se non ora quando”. Se non ricordo male, alcune portavoce intervistate lodavano le prostitute “organizzate” – quelle di Carla Corso e Pia Covre, tanto per capirci, messe alla testa del corteo, perché “almeno loro si prostituivano con uomini comuni” – mentre le altre, quelle che frequentavano Arcore, lo avrebbero fatto con gente ricca, per avere posti in televisione. No comment.
Da lettrice di giornali e da osservatrice della realtà, non posso non constatare che il processo sul “caso Ruby” con il quale si vuole condannare Berlusconi è pieno di lacune e di contraddizioni. Per mettere all’angolo un forte e vincente personaggio politico si è colpito pesantemente l’anello più debole: le ragazze come Ruby. Con innumerevoli intercettazioni – pagate con i nostri soldi – decine di giovani donne, definite con pessimo gusto “olgettine” anche da commentatrici e giornaliste che si professano femministe, sono state violate nella loro libertà di comunicazione. No, non c’è proprio da stare allegre.
di Lara Foletti